Arrivare all’età della pensione non è un privilegio

Ho sempre criticato il consumismo sfrenato che ci ha visti coinvolti a partire dagli anni sessanta.
Ho sempre predicato il ritorno a una società contadina, nella quale ognuno faccia i conti soltanto su quello che ha in tasca, senza ricorrere ai prestiti facili per poter possedere anche quello ci cui si può fare a meno.
Ho sempre pensato che le banche non dovessero concedere mutui del 100% del valore, in quanto se uno si fa la casa deve avere i soldi per poterlo fare, altrimenti se la farà quando potrà e se potrà. Al limite si compra un’abitazione più piccola e meno confortevole. Con questo non pretendo che si torni a vivere in dieci in una stanza, ma si può vivere senza tre auto e due motorini per famiglia, quattro telefonini, tre televisori, etc.
Ho perfino predicato l’abbandono delle automobili per tornare al calesse o alla carrozza. Questo blog me ne è testimone inconfutabilmente.
Quindi non mi si può accusare di non volere abbandonare certi privilegi, perchè al contrario predico da sempre questa linea.
Ma arrivare all’età della pensione, non è un privilegio, nè uno spreco per lo stato, ma il giusto riconoscimento di una vita di lavoro e, spesso, di sacrifici, in quanto non tutti hanno avuto la fortuna di trovare il “posto giusto” da subito e di continuare a lavorare sempre nello stesso posto potendo quindi maturare i diritti anche più in fretta di altri che hanno avuto una vita lavorativa più complessa e difficoltosa.
La società non è composta solo da questi privilegiati, anche se pare che tutti, adesso, parlino davvero a vanvera.
La società è composta, da meccanici, muratori, impiegati, turnisti, lavoratori autonomi, che si arrangiano a sbarcare il lunario…
Pensateci, prima di chiederci altri sacrifici.
Si deve impostare la società in un altro modo, certo! Ma non bisogna partire sempre dagli stessi.
Amen.

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