Quando noi ci credevamo

polliCi sembravano bei tempi quelli in cui credevamo di poterci scegliere i partiti a cui poter dichiarare appartenenza.
In realtà erano i partiti a scegliersi i polli che li avrebbero votati:
“Dai! Dividiamoci i polli! Noi diciamo che siamo per Dio, per la patria, per la famiglia e per gli imprenditori. Voi dite che siete per i matrimoni gay, per i diritti dei lavoratori, per gli indiani d’America e per il riconoscimento dei diritti di vattelapesca! Tranquilli, che un po’ noi e un po’ voi andremo al governo a fottere tutti quanti!.. E tutti noi avremo stipendi, prebende, rimborsi da mille e una notte e potremo comprarci ville favolose, auto di lusso, jeep, vacanze favolose, panfili, magistrati.. Tutto! … E i polli che lavorino di brutto per mantenerci nel lusso e con mangime sempre più razionato!”
Forse non erano queste le parole pronunciate, probabilmente non c’erano proprio parole pronunciate in questo senso.
Erano solo gesti d’intesa, schiacciatine d’occhi… “Ossequi alla signora, dottore”, “Accetti questo cadeau per il favore che mi ha fatto”, “Ossequi Illustrissimo, a buon rendere!”
Questo è il linguaggio da galateo che adottano per fare fronte comune a mantenimento dei loro privilegi, dei loro sfarzi, dei loro fasti..
Non c’è bisogno di dirsele chiare certe cose…
Non c’è buonafede in certe categorie.

Votateli ancora, mi raccomando!

IL CRONISTA
Quando noi ci credevamo

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