La chitarra

parigi2001-13La chitarra

Io da quando sono nato ho sempre avuto almeno una chitarra in casa, oltre ad altri strumenti, come la fisarmonica, un violino, forse anche un mandolino. Ciò è dovuto al fatto che mio padre era un appassionato di musica, e si è sempre ingegnato a suonare questi strumenti, e lo faceva bene. Sicché fin da ragazzino, già intorno ai dieci anni, mi ero trovato, così, naturalmente, a suonare la classica “Giochi proibiti“, ma senza darci alcun peso in quanto mi pareva più che naturale suonarla vedendolo fare così tanto spesso a mio padre. Diciamo che era un dono di natura ereditato da mio padre. E neppure i miei genitori davano alcun peso alla cosa perché, ripeto, pareva una cosa più che naturale avendo un musicista in casa come mio padre.
Così pur essendo portato per la chitarra non la studiai mai. Con l’età imparai a suonare anche gli accordi di questo strumento meraviglioso, con qualche difficoltà per i diesis e i bemolle, le settime e le diminuite. Mi gasavo quando riuscivo ad accennare qualche pezzo di moda a quei tempi, tipo “Samba pa ti” del mitico Santana o “Maria Elena” dei Los Indios Tabajaras e altre cose di questo genere. Con gli anni non coltivai più questa pur leggera passione per la chitarra, pur non potendo fare a meno di averne sempre una in casa. Quando qualcuno me la metteva in mano però non potevo esimermi dall’esibirmi in qualche giro di do e qualcos’altro del genere, anche se i pezzi che avevo più o meno imparato da ragazzo, man mano, venivano meno al mio pur già breve repertorio. Anche di “Giochi proibiti” ormai facevo solo la prima parte, la seconda l’avevo fatta anche in passato con qualche difficoltà.
Mi tornò la voglia di suonare la chitarra dopo una trentina d’anni, in occasione della morte di Fabrizio De André, del quale ero stato, e sono, un grandissimo ammiratore. Fu così che volli organizzare un concerto-tributo per il cantautore. Quella volta non ebbi il coraggio di suonare la chitarra, non mi sentivo ancora pronto, mi affidai a delle basi messe a punto da me. Ma per il secondo concerto tributo che organizzai ed altri che feci in Liguria e a Milano portai con me la chitarra. Anzi, portai con me una chitarra nuova e di valore, appena comprata, elettrificata, molto simile alla mitica Esteve del grande cantautore (che pure ebbi a disposizione in un concerto): una Admira Juanita E, con la quale studiai ogni notte, per tre mesi, tutti gli accordi delle canzoni che avrei portato in concerto. Canzoni di De André e degli chansonniers ai quali si era ispirato agli inizi della sua carriera artistica.
Adesso, dopo tanti anni da quei concerti, tutte quelle canzoni con gli accordi scritti sopra, riga per riga, sono lì, raccolte in un voluminoso fascicolo; e quando mi capita di aprirlo penso che sì, forse è vero che non sono un chitarrista, perché non ho avuto la costanza di diventarlo; certo non sono mai stato e non sarò mai un Eric Clapton, ma è anche vero che quando mi sono impegnato, come si impegnano i musicisti per diventare tali, a furia di esercizi su esercizi e di calli sui polpastrelli qualcosa sono riuscito a combinare.
Ora, mi accontento, di nuovo, di rimparare i soliti miei vecchi pezzi di tantissimi anni fa… Il tempo non mi manca…

Gaetano Rizza
autore del romanzo Nato negli anni Cinquanta

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Il libro parla di una vita vissuta tra vicende e vicissitudini dagli anni Cinquanta ad oggi. Inoltre parla dell’incontro dell’Autore con Roberto Vecchioni, dell’incontro con Dori Ghezzi per il patrocinio della Fondazione De André su alcuni concerti tributo organizzati e interpretati dal protagonista del libro, dei concerti stessi, di viaggi in moto in solitaria, di emozioni a 360°.

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