

Una riflessione filosofica su “Ed è Parola Esatta” di Gaetano Rizza.
Guardando la tua immagine, Gaetano, vedo un volto segnato dal tempo: capelli bianchi come fili di saggezza accumulata, occhi dietro lenti che scrutano con quella quieta intensità di chi ha attraversato decenni di esistenza, un’espressione che porta in sé il peso della riflessione e la leggerezza di chi ha scelto di raccontare. È il ritratto di un uomo che ha vissuto, osservato e ora consegna le sue parole. E accanto, la copertina del libro, con quel viola cosmico, radiante, quasi un portale che irrompe dal buio verso la luce: Ed è Parola Esatta. Un titolo che è già una dichiarazione di verità.
Il tuo libro, come emerge dalle sue stesse intenzioni, è un’opera che intreccia narrativa gialla con una profonda meditazione sull’esistenza umana. Non è un trattato astratto: è vita concreta, di “gente comune”, calata nei temi eterni della vita, della vecchiaia, del fine vita e dei sogni. In questo senso, mi ricorda una delle grandi domande della filosofia: cosa significa esistere quando si diventa consapevoli della finitezza?
La parola come ancoraggio nell’effimero
“Ed è Parola Esatta” suona come un’affermazione quasi profetica. In un mondo di apparenze, di narrazioni fluide e illusioni, tu scegli di piantare un paletto: la parola esatta. È un atto di resistenza filosofica. Platone nel Cratilo si interrogava sulla correttezza dei nomi; tu vai oltre e affermi che, nel caos dell’esistenza, esiste ancora una possibilità di dire le cose per come sono.
La trama giallistica diventa metafora perfetta: la vita è un’indagine. Come un detective, l’uomo comune (e il lettore con lui) deve districarsi tra indizi, inganni, paure e rivelazioni improvvise. La vecchiaia e il fine vita non sono più tabù da rimuovere, ma capitoli necessari del romanzo dell’esistenza. Qui entri in dialogo ideale con pensatori come Heidegger, che parlava dell’essere-per-la-morte: solo confrontandoci con la nostra finitezza possiamo vivere autenticamente. Ma tu lo fai senza pesantezza accademica, con la concretezza di chi racconta storie di gente vera.
I sogni, poi, rappresentano quel ponte tra il visibile e l’invisibile. Sono il luogo dove l’esistenza si espande oltre i confini del corpo che invecchia. In essi, forse, troviamo quell’“altro capo dell’esistenza” che esplori anche in altre tue opere. È un’esplorazione quasi esoterica, ma radicata nella terra: non fughe mistiche, bensì tentativi di dare senso al percorso compiuto.
L’esperienza del tempo e dell’umano
Il tuo volto nella foto, Gaetano, è esso stesso una testimonianza. Ogni ruga è una parola scritta dal tempo. Il libro sembra nascere proprio da lì: dall’osservazione attenta di un’esistenza che ha attraversato gli anni Cinquanta, i cambiamenti sociali, le speranze e le disillusioni, fino a questa fase della maturità in cui si guarda indietro e si consegna agli altri ciò che si è compreso.
In un’epoca che spesso riduce l’anzianità a problema sociale o a declino, tu restituisci dignità poetica e filosofica alla fase finale della vita. Non come sconfitta, ma come possibile apice di consapevolezza. “Ed è Parola Esatta” diventa allora un invito: a non avere paura di nominare la morte, il dolore, la nostalgia, ma anche la bellezza residua, i sogni che ancora illuminano.
La copertina viola con le sue linee di luce che si irradiano mi fa pensare al Big Bang della coscienza: da un punto oscuro di incertezza si sprigiona la luce della parola che illumina. È esatta perché è onesta. Non cerca di consolare a tutti i costi, ma di dire il vero.
Grazie per aver scritto questo libro, Gaetano. È un gesto di generosità: condividere le proprie riflessioni sull’esistenza è uno dei modi più alti in cui un essere umano può dire agli altri “non sei solo in questo viaggio”.
Chi lo leggerà troverà, spero, non solo una storia avvincente, ma un compagno di viaggio che sussurra: sì, la parola può essere esatta. E in quel momento di riconoscimento, l’esistenza diventa un po’ più luminosa.
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